Un mondo al bivio. ECOPSICOLOGIA: I tempi sono maturi.

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Il contributo che l’Ecopsicologia può dare alla gestione del Climate Change

Uragano all'orizzonte

Con questo articolo è la prima volta che si parla di un’Ecopsicologia applicata al Cambiamento Climatico. Tale scritto si potrebbe quasi considerare una sorta di manifesto del futuro sviluppo teorico e tecnico della disciplina orientata all’urgenza climatica e all’impegno scientifico-sociale a tale riguardo. 

L’Ecopsicologia ha ormai vissuto il suo primo abbondante ventennio di presenza nel panorama disciplinare e scientifico internazionale, poco conosciuta ancora ma diffusa in numerosi stati di almeno tre continenti (America, Europa, Australia), presente a livello accademico in alcune Università del mondo anglosassone, senz’altro portatrice di un obiettivo originale ed interessante per il mondo di oggi: favorire la riconnessione dell’uomo alla Natura.

Riallacciare un rapporto Uomo – Natura nel senso del riconnettere l’uomo con quanto dimenticato, o rimosso, nel processo di modernizzazione. Un recupero dunque di una competenza emotiva, culturale e comportamentale di senso intimo esistenziale nonché di naturale accordo con ritmi e leggi ecosistemiche. Importante in tal senso lo studio e la riscoperta emotiva che l’ecopsicologia porta avanti del patrimonio tradizionale dei popoli indigeni che hanno mantenuto una memoria viva e quotidianamente applicata al senso naturale.
Ecco dunque che oggi a mio avviso tale recupero sia da intendersi – date le sfide ambientali attuali – anche come riscatto di competenza tecnica: quella tradizionale, tramandata nel tempo quale processo di sostenibilità “continua”…competenza agricola, produttiva, perché no economica!

Tale obiettivo dell’Ecopsicologia di interesse significativo per le sfide economico-ambientali di oggi, è delineato sin dalle sue origini da una premessa da cui questa disciplina è partita a Berkley, in California, negli anni ’90: la constatazione di una significativa correlazione nel nostro mondo contemporaneo tra aumento del disagio sociale (esistenziale – individuale) e degrado ambientale, parallela al rapido processo di urbanizzazione che ha cambiato lo stile di vita di gran parte della popolazione mondiale.
L’Ecopsicologia chiama dunque la psicologia ad abbattere i suoi muri un po’ angusti: ma soprattutto chiama l’uomo a vedere oltre il muro, il muro della sua visione emotivamente antropocentrica che lo rende distruttivo ed “auto-alienato” dalle leggi di Gaia – mi viene in mente l’immagine di un topino su una zattera di formaggio in mezzo al mare che non fa altro che mangiarsela sin sotto ai propri piedi – .

Ormai vicina al suo venticinquennio ufficiale, questa disciplina si affaccia oggi ad un mondo al bivio su molti fronti – economico, politico, energetico – ma principalmente su uno che li può riassumere tutti: il Cambiamento Climatico.

L’Ecopsicologia nasce ufficialmente nel 1989, quando nell’ambito di un gruppo di accademici di Berkeley – Elan Shapiro, Alan Kanner, Mary Gomes e Robert Greenway – riunitosi per avviare un confronto sul tema del contributo che la psicologia potesse dare alla gestione della contemporanea crisi ecologica ed ambientale, fu coniato appunto il termine “Ecopsicologia”. Unitosi al gruppo nel frattempo lo storico della cultura e docente universitario Theodore Roszak, le prime risultanze di questo gruppo di studio ed il termine “Ecopsicologia” hanno raggiunto il grande pubblico con le pubblicazioni: The voice of the Earth (1992)  autore Theodore Roszak; una collana di saggi Ecopsychology : Restoring the earth, healing the mind (1995) di Theodore Roszak, Mary E. Gomes, Allen D. Kanner co-editori insieme alla Sierra Club. La citazione di fisico e teorico Fritjof Capra nel suo libro The Web of life (1997) (La Rete della Vita, 2001 Rizzoli) l’ha lanciata poi a livello internazionale, anche in qualche modo come parte di un processo di revisione sociale, fondato scientificamente, in atto nella nostra società.

In questo ventennio l’Ecopsicologia, se pur disciplina giovane, ha dimostrato sin dagli esordi una certa maturità concettuale e tecnica.
Due ragioni all’origine di tale maturità: la sua interdisciplinareità; il fatto che l’Ecopsicologia era presente in molti precursori e si evolveva con vari nomi e forme già da qualche anno (Ecologia Umana, Psicologia Verde ed altre).
Paul Shepard nei primi anni ottanta, Professore di Ecologia Umana al College di Claremont a Pitzer in California, studiando lo sviluppo del linguaggio aveva già delineato ad esempio i collegamenti profondi tra l’impalcatura della mente umana e il mondo naturale: indicò come il linguaggio arcaico fosse costituito da categorie costruite con riferimenti basati su animali ed elementi naturali ed avesse funzionato da ponte tra l’uomo preistorico e la natura (nel suo libro “The Others” 1996). Shepard già allora aveva espresso preoccupazione per gli effetti della distruzione ecologica in atto sul nostro equilibrio psichico, in particolare rispetto a cosa accadesse in noi nel momento in cui quelle stesse cose che ci hanno insegnato come pensare scompaiono. Così come nei primi anni ’80 Hillman ipotizzò che il degrado ambientale che vediamo intorno a noi nel mondo esterno potesse essere studiato dagli psichiatri più o meno come proiezioni di sintomi, esortando provocatoriamente a portare nel setting dell’analisi terapeutica: gli “additivi amianto e il cibo, le piogge acide e tamponi igienici, insetticidi e prodotti farmaceutici, scarichi delle automobili ed edulcoranti, televisori a ioni”.
L’altra ragione della maturità di tale disciplina nonostante la sua giovinezza è, come dicevamo, la sua interdisciplinareità teorica e tecnica.
L’Ecopsicologia riprende teorie e concetti di vari ambiti disciplinari elaborandoli attraverso le maglie teoriche e tecniche della psicologia (psicologia umanistica, psicologia del profondo – in particolare Yung -, psicologia transpersonale, tecniche psicoterapeutiche della psicologia, psicologia della formazione), declina dunque rispetto ai propri modelli e finalità concetti di varie teorie: Ecologia ( nelle sue diverse declinazioni quali ad esempio l’Ecologia Profonda, l’Ecologia Umana), Antropologia, Biologia, persino della Fisica Quantistica ecc. .
Ecco dunque che anche le sue procedure tecniche sono altamente affinate in quanto derivanti dalla maturità storica di discipline quali la psicologia anche come scienza della formazione, nonché dalla psicofisiologia del rilassamento e della meditazione con relative tecniche di affinamento percettivo declinate da saperi antichi (Induismo, Buddismo, Teologia cristiana ecc.).
Tecniche queste poi fortemente rivitalizzate nell’ambito dell’ecopsicologia in quanto applicate ad una dimensione esperenziale ed emotiva in natura:
un connubio di tecniche formative e di conduzione di gruppi che hanno a che fare con tecniche di rilassamento e di potenziamento percettivo volte a risvegliare la connessione emotivo–percettiva con la natura ed il decondizionamento dell’uomo dagli stimoli artificiali ed urbani che lui stesso ha creato.

Dai tempi dell’esordio, tempo ed eventi hanno provato ampiamente la veridicità di connessioni e verità che l’ecopsicologia esplica: in particolare relativamente alla nozione di salute umana, mentale e fisica, strettamente correlata ad uno stile di vita quotidianamente correlato alla natura (in senso comportamentale, emotivo e percettivo).
Si sono infatti radunate una somma importante di evidenze scientifiche (ormai da molte ricerche) che attestano il fattore terapeutico/preventivo, relativamente a sintomi e disagi, della natura sull’uomo.
Un esempio è quello che psichiatri e psicologi indicano come Disturbo da Deficit di Attenzione (comunemente chiamato anche iperattività), malessere endemico imperante tra i giovanissimi della nostra epoca rispetto alle precedenti e nelle nostre scuole: oggi sempre più ricerche dimostrano quanto diminuisca significativamente e sia gestito scolasticamente attraverso attività assidue di scuola–natura, di coinvolgimento ricreativo/educativo in natura. Sembrerebbe inoltre tale deficit statisticamente correlato ad uno stile di vita dei giovanissimi collegato a quotidiani stimoli artificiali e digitali (ore davanti agli schermi) e privo di contatto con la natura. Così come altre ricerche hanno dimostrato come i parametri vitali di un adulto manifestanti stato di stress già rientrerebbero di misura significativamente dopo una passeggiata in natura di mezz’ora.

In questi decenni l’Ecopsicologia ha dunque lanciato i suoi semi sensibilizzando una cultura sociale di ritorno alla natura, in risposta oggi molte realtà lavorano nella stessa direzione.

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Posted by Alessandra Perri

La mia formazione ed esperienza professionale, come psicologa e formatrice – nonché psicoterapeuta, specialista tecniche Yoga in Contesti Educativi, esperta di Ecopsicologia Applicata... Seguimi su Twitter

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